Una riflessione intimista sul Curriculum Vitae

Redigere il proprio Curriculum Vitae è ormai da qualche anno una normale occupazione di quanti, manager o professionisti, si trovano ad affrontare un mercato del lavoro in cui ad una scarsa domanda si contrappone un’ offerta abbondante e spesso crescente; oppure un mercato del lavoro con il quale, contrariamente a quanto accadeva qualche decennio fa, dinamismo, attenzione alle opportunità di miglioramento, flessibilità, ecc. impongono  un costante dialogo. Un’ attività normale, dicevamo, una routine da rispettare: il curriculum va aggiornato (nuove esperienze, nuovi corsi di perfezionamento, progressi nelle lingue straniere, ecc.) ed inviato a decine e decine di aziende o di head-hunters, molto spesso senza nemmeno un cortese cenno di riscontro. Ed ecco quindi che il curriculum viene associato ad un necessario obbligo e si corre così il rischio di scivolare in un atteggiamento abitudinario, legato ad una noiosa corvée.

Nel curriculum noi ci proponiamo per una nuova scommessa, una nuova avventura e chi ci legge scommetterà su di noi

Eppure il Curriculum costituisce un delicato strumento di comunicazione al quale affidiamo la possibilità che un interlocutore a cui ci rivolgiamo ci presti la sua attenzione, ci noti tra i tanti, insomma, estragga il documento dal mucchio e lo metta in evidenza. Il curriculum è quindi il veicolo della nostra esperienza ed il primo mezzo del nostro modo di comunicare, il medium che riflette la nostra immagine professionale, lo strumento che faccia scattare in chi lo legga l’ interesse e la curiosità nei nostri confronti. Uno strumento che peraltro deve realizzare tutto ciò in modo sintetico, essenziale: sappiamo bene che il nostro interlocutore non leggerà più di due pagine, meglio, una cartella e mezza.

barchetta20di20cartaQuindi, documento complesso, il nostro curriculum. Perché, se vogliamo che costituisca il primo elemento che ci renda riconoscibili ed interessanti, deve trasmettere il senso vero e autentico delle nostre esperienze, della nostra professionalità e della nostra personalità. Chi leggerà il nostro curriculum potrà essere un professionista dell’ Executive Search o anche un membro dell’ HR Dept. di un’ azienda. Sarà lui (o lei) che dovrà raffigurarsi tra le righe del nostro documento l’ immagine di un professionista con cui entrare in contatto perché il suo profilo potrebbe soddisfare le esigenze dell’ azienda o del cliente, perché da quelle righe emergano quegli elementi (certamente da approfondire) che facciano pensare che siamo noi la persona che stavano cercando. Poche righe, allora, per raccontare come siamo divenuti quello che siamo ora, come abbiamo sviluppato le nostre competenze e le nostre conoscenze, quali obiettivi abbiamo raggiunto, ma anche che persone siamo, che contributo alla nostra personalità abbiamo ricevuto dai team in cui abbiamo lavorato e in che modo la nostra persona potrà dare un valore aggiunto alla organizzazione che ci sta cercando. Perché le nostre esperienze sono solo la premessa per ciò che saremo in grado di fare da ora in poi, nella nuova realtà. Nel curriculum noi ci proponiamo per una nuova scommessa, una nuova avventura e chi ci legge scommetterà su di noi.

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Proprio per questo sarebbe importante saper utilizzare un nostro linguaggio personale, autentico e “vero”, un linguaggio che sappia parlare di noi senza frasi convenzionali e ovvie, capaci di descriverci in modo reale, senza utilizzare gli stilemi delle riviste di marketing o degli articoli sulla leadership, e rifuggendo da meccanismi di omologazione o da certi vizi espressivi e linguistici da “social”. Certo, spesso, dovendo sintetizzare, come dicevamo prima, in poche righe, una vita professionale intensa e variegata o, al contrario, elencare esperienze simili anche se in aziende diverse, possiamo essere attratti da un linguaggio tecnico, denso di frasi stereotipate e di espressioni standard. Riuscire a descrivere in modo diretto la “verità” delle diverse esperienze, cercando di raccontare il progetto o il risultato che ci ha visti coinvolti, ma anche a narrare cosa abbiamo acquisito come “persone” nel passaggio da un’ esperienza ad un’ altra, da un’ azienda ad un’ altra, da un team ad un altro… ecco, questo credo che sia il modo giusto di interpretare il curriculum. Non si tratta quindi di una biografia o di una confessione: stiamo creando le condizioni per un dialogo franco e costruttivo con chi è alla ricerca di quella “persona” che potrà inserirsi in una nuova organizzazione e contribuire al suo successo.

Il Curriculum costituisce un delicato strumento di comunicazione

In definitiva, scrivere il nostro curriculum vuol dire parlare di noi, in modo diretto e limpido, senza infingimenti o bluff, gettando le premesse per quello che sarà poi il colloquio conoscitivo e di approfondimento, un colloquio a cui sarebbe auspicabile giungere come ad un incontro tra persone che già si conoscono e si comprendono, grazie alle parole del CV.

 

UnknownTommaso Maria Lazzari è laureato in Filosofia della Scienza presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Ha ricoperto vari ruoli nel Gruppo Stet fino a diventare Direttore Generale di una società del gruppo per poi passare in Stream, gruppo Telecom, come Direttore Prodotto (produzioni canali e programmi TV).

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