La Formazione attraverso il Cinema: essere se stessi pur non essendolo

Nell’ ultimo film di Paolo Sorrentino, “Youth”, il regista Mick Boyle, interpretato da Harvey Keitel, pronuncia la frase “è la finzione la nostra grande passione”, riaffermando che la grande magia del cinema consiste nella sua capacità di reinventare un mondo fantasma, una realtà fittizia, in cui proiettarci, mantenendoci distaccati, osservando dall’ esterno, immedesimandoci ma sapendo al tempo stesso di essere seduti su una poltrona, una salda sponda da cui osservare senza dover per forza  partecipare. maschereIl cinema sollecita la nostra facoltà di immaginare e ci induce a creare realtà immaginate, rappresentative di situazioni particolari; in questo senso, ci stimola ad evocare e richiamare sensazioni. In altri termini, ci sollecita a recuperare emozioni, impressioni, turbamenti, idee, ecc. affogate nel mare della nostra memoria, e a confrontarle con situazioni che assomigliano a momenti da noi vissuti.  Wim Wenders, riferendosi al tema del viaggio, a lui così caro sia esistenzialmente che artisticamente, realizza una metafora del cinema dicendo “….Viaggiare è per definizione sia un avvicinamento che un allontanamento. […] mi chiedo se il senso del viaggio non sia in fondo più nel tornare, dopo aver preso le distanze, per vedere meglio o semplicemente per poter vedere”

Per molti versi, questo processo rimanda al processo formativo. Soprattutto nella formazione manageriale, il semplice modello ex-cathedra è ormai scomparso da tempo lasciando il posto a processi di coinvolgimento dei discenti in situazioni di riflessione e condivisione di situazioni “reali”, cioè raccontate, rivissute e ripercorse, rivivendole ed analizzandole. Trasferendo quindi il messaggio formativo all’interno di una situazione re-immaginata, a cui assistere con quel distacco necessario all’ analisi, ma con la capacità di immergersi in essa per coglierne emozioni e stimoli. In questo processo, il docente-maieuta spesso utilizza frasi del tipo “pensiamo ad una situazione in cui…”, “ricordate quel momento in cui…”, “cosa è accaduto quando…”, invitando i partecipanti a riavvolgere il nastro della memoria ed assistere alla “proiezione” dell’ episodio da esaminare.

E’ anche vero che i nostri comportamenti, soprattutto nelle situazioni professionali, tendono a seguire, o meglio, ad essere impostati e delineati sulla base di strategie, di schemi strutturati, di veri e propri copioni, in base ai quali impostiamo il colloquio, definiamo i termini della questione, giochiamo (play) i nostri ruoli: pensiamo, senza eccessivi sforzi di fantasia, al colloquio di selezione, ad una negoziazione commerciale, ad un feedback sulla prestazione di un collaboratore, ecc. E’ evidente che poi è la realtà, le nostre emozioni, gli imprevisti a dare il “final cut” alla situazione, ma certamente qualunque professionista si prepara ad interpretare la sua scena, simulando in precedenza ciò che avverrà, pronto ad entrare sul set. In fondo,

All the world’s a stage,
And all the men and women merely players;
They have their exits and their entrances; (William Shakespeare, As you like it)

Ecco che allora, l’utilizzo del cinema nel processo formativo acquista la stessa funzione della “moviola” nelle trasmissioni televisive dedicate al calcio, fornendo però una valenza maggiore e più ricca: osservare quei comportamenti agiti non da noi stessi ma da una figura “altra” ci consente di sfruttare i vantaggi del distacco da noi, di osservarci senza sentirci “noi”. Come diceva Cesare Musatti: «Il cinema ci offre l’incredibile possibilità di vivere una vita non nostra e di soddisfare quei nostri impulsi che mai e poi mai potremmo e vorremmo soddisfare nella realtà». L’esperienza della visione di un film, anche da un punto di vista psicologico, consente di non mettersi di fronte alla propria rappresentazione di sé, ma mette lo “spettatore” in una posizione che facilita la disponibilità al cambiamento, e gli consente di “uscire da se stesso”, e di osservarsi con maggiore lucidità e oggettività. Il processo formativo si compie allora se lo spettatore riesce a simulare la realtà e ad immedesimarsi in questa simulazione, provando alcune delle sensazioni dei personaggi rappresentati, cioè mettendosi nei loro panni, ma riuscendo a dare il proprio contributo personale ed originale.

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